C’È ANCHE IL DON?!

 

L’altra sera, grazie ad Alessandro, mi sono anch’io infilato in una chat dei ragazzi per una conferenza di gruppo. L’idea era di rivedere gli ado nella nostra serata di catechesi, così, per sentire come va. Più di un’ora in videochat! È stato davvero bello ritrovare il viso giovane dei ragazzi dell’oratorio, nelle loro camerette con i loro imbarazzi e la voglia di chiacchierare. Per un’ora intera abbiamo scherzato e sorriso. Ci siamo presi in giro e abbiamo ironizzato sui nostri modi di presentarci. Mi sono cullato dentro la loro leggerezza…ne avevo bisogno… sono giornate piene di racconti di sofferenza e dolore. Raccolgo confidenze ed emozioni che, in casa da solo, rimbalzano tra le pareti del mio cuore. Anche le telefonate sono spesso un racconto di situazione sofferte della nostra comunità. Ascoltare i ragazzi raccontarmi di bigliettini appiccicati alla scrivania durante l’interrogazione di matematica, sorridere davanti alle foto di qualche anno fa, parlare del pigiama rosa o della maglietta con il teschio, mi ha portato in una realtà che amo abitare, ma che ultimamente non ricordavo più. La leggerezza dei ragazzi, non ancora capaci di leggere con categorie e parole le emozioni sociali che stiamo attraversando, anche se il loro cuore trabocca di sensazioni nuove che agitano e disorientano, mi ha aiutato a rimettere i piedi nel mondo. Non c’è solo sofferenza e dolore, anche se sono le parole e i silenzi più forti che odo ogni giorno. Ci sono anche tanti desideri di futuro e di vita, voglia di giocare e scherzare, necessità di intrecciare relazioni in amicizie ancora da forgiare e maturare. I sorrisi degli adolescenti mi hanno dato uno sguardo nuovo sulle mie giornate troppo piene di responsabilità adulta. E poi a conclusione della chat, dopo la preghiera, Anna che chiede “settimana prossima c’è ancora il Don?”. Un tuffo nell’affetto spontaneo dei ragazzi, per riemergere con gli occhi gonfi di lacrime, trattenute a fatica e singhiozzate in un sorriso scomposto dentro una risposta tremolante “…certamente…ci sarò anch’io…ci rivediamo mercoledì…”

SEMBRA PROPRIO UN SUPEREROE!

 

Mamma il don Alfio con quel mantello rosso sembra proprio un SUPEREROE!

 

Messaggiava mamma Lisa dicendomi del sorriso pieno di meraviglia di Sofia al vedermi dalla finestra in strada con l’aspersorio, il secchiello dell’acqua benedetta e la casula rossa sopra la veste.

 

E’ stata un’altra bella domenica!!

 

Nei giorni scorsi convivevo con il pensiero triste di non vedere bambini e genitori entrare in chiesa con rametti di ulivo e giocherellare, cercando una sorta di compostezza improbabile, che crea quella bella confusione che rende sempre nuova e diversa dalle altre la Messa delle Palme. Allora mi è venuta l’idea di passare io stesso per le vie del paese a benedire ulivi o fiori chiedendo alle famiglie di affacciarsi ai terrazzi di casa. Che meraviglia!! È stata una giornata piena di sorrisi, malcelati da mascherine che ancora non abbiamo imparato ad indossare al meglio. Occhi lucidi e raggianti, parole gioiose e cariche di vita, sguardi come racconti interminabili. E tanta gratitudine! 128 i messaggi ricevuti in giornata! Un bel giro per il paese che mi ha ridato la dignità e la gioia del prete che sta con la sua gente. Ho ritrovato la mia comunità! Ho risentito la bellezza di vivere tra le persone. Ho percepito tanto affetto che scalda il cuore. Ora lo so, perché mi capita di dubitare ancora ogni tanto, in giorni santi, nelle mie preghiere avrò sempre una comunità che prega con me, che prega per me. Ieri il Sole ha illuminato la mia comunità e ha scaldato il mio cuore!

 

Giorni

 solo per pregare

 da solo.

  Componendo assemblee desiderate

 che ti lodino

 e ti ringrazino.

  Cammino

 stando nella mia stanza

 fermo.

 Cammino

 con i miei fratelli,

 a volte, un passo avanti,

 altre, un passo a fianco,

 oggi, un passo indietro.

  Seguendo

 ciò che ci fa essere

 umani

 nell’umanità dell’Essere.

 

SANTI, PIU’ CHE EROI

 

“Ciao don, scusa tanto se ti rispondo solo ora. Marzo è stato un mese intenso...mi sembrava di lavorare in missione! Tantissime ambulanze e tanti pazienti...solo che ora sono nella mia valle e con le persone che conosco...per fortuna da una settimana meno accessi in pronto soccorso e siamo tutti molto speranzosi!! Poi a casa c'è mio figlio Mael che mi aspetta sempre pieno di energia. Spero che impareremo tutti qualcosa di buono da questa triste esperienza…ad essere più empatici e solidali verso gli altri, dal migrante, al vicino di casa…E tu come stai? La tua famiglia? E la tua comunità? Speriamo di vederci presto quando tutto sarà passato...un abbraccio forte…”

 

Messaggiava ieri Daniela infermiera all’ospedale di San Giovanni Bianco. Rispondo che sto bene, ma è solo un modo per non aprire i pensieri e il cuore ad un racconto di sofferenza accolte e custodite, che nel silenzio della canonica alcuni giorni, sembrano ombre nere che si aggirano da una stanza all’altra. Sto bene!, e quasi mi sembra di mancarle di rispetto al suo star male nel lavoro schizofrenico che le sta consumando giornate. Sto bene!, e so che lei capisce tutto questo mio taciuto. Lei, che è stata in Gibuti, in Niger, a Mogadiscio e a Idomeni con Medici Senza Frontiera. Lei che porta dentro il dramma di popoli in perenne epidemia, profughi dalla nascita, in guerra da decenni. Lei che ha fatto del servizio a chi soffre l’unico modo per vivere la vita. Ecco, sapere che, se dovessi andare in ospedale, potrei incontrare persone come Daniela, mi rasserena cuore e mente. Emozioni e pensieri si sgonfiano, e le ombre buie svaniscono al pensiero che tanti amici e fratelli, da giorni ricoverati in ospedale, hanno accanto persone come Daniela. Facile chiamarli eroi, quasi a dire che hanno ricevuto doni non comuni, e che noi non siamo come loro. A me piace chiamarli donne e uomini pienamente umani. Perché è l’umanità maturata nel Dono di sé che ci rende come Lui. Ecco, forse santi, più che eroi…perché uomini e donne capaci di Amore divino.

 

…DOV’E’ FINITA L’AGENDA?

 

Spostavo libri da una sedia all’altra e mi è apparsa la mia agenda. Lavoro ancora con un’agenda cartacea, mi piace appuntare impegni, ma anche note personali, infilare volantini, annotare nomi di persone…nell’ipad, mi pare di non trovare più tracce di una vita ricca di piccole e grandi cosa fatte e da fare. È da un mese con non la apro! Le due pagine della settimana santa sono bianche. Scorro le settimana di gennaio e febbraio e ritrovo impegni e nomi che mi fanno sorridere. Faccio un salto nel mese di maggio e giugno e mi si aprono proiezioni di speranze: la messa delle prime comunioni…il cre… c’è ancora tanta Vita da scrivere! Sento che c’è vita da recuperare e da risognare. Come un mal di testa leggero che dura tutto il giorno, in questo tempo non riesco a trovare la concentrazione per pensare a progetti nel futuro immediato. Il programma del cre, con le sue gite, giochi e tornei, musiche da imparare, lo scorso anno era già imbastito; la messa della prima comunione già sognata nella corografia liturgica e nel ritiro in preparazione con i genitori. Questo tempo in standby, come lo screensaver del pc, sembra tenere tutto sulla stessa schermata. Subdola tentazione di smettere di pensare alle piccole e grandi cose da fare. Oggi prenderò un foglio bianco e inizierò ad imbastire le settimane di cre. Ho voglia di sognare e pensare alle cose belle che farò i prossimi mesi! Per ora ho segnato sull’agenda la data di inizio del cre e la festa finale. Iniziamo così!

 

il Blog del Don

CIAO DON!!!

Nel mio pellegrinare clandestino con la corona del rosario a fare da autodichiarazione, l’altro girono ho suonato il campanello della casa di alcuni amici. Ci siamo frequentati in oratorio e all’asilo, per quel bel regalo che sono i bambini, che costringono noi grandi ad annodare parole e pensieri attorno ai piccoli, per lievitare poi, in racconti di fatica del vivere nelle responsabilità quotidiane. Confidenze che aprono pertugi nei cuori. Occasioni per entrare nella vita altrui in quell’intimità nascosta di persone, fino all’anno scorso semplici conoscenti. Il misterioso dono dell’AMICIZIA. Così dal terrazzo un saluto a voce alta con poche parole, subito interrotte dalla voglia di avvicinarsi. Per prime scendono le bambine, con il papà a tenere frenata la loro corsa verso il cancello per rispetto a qualche divieto che sembra proibire anche questo. Poi la mamma ad accompagnarle sul viottolo del giardino perché la più piccola vuol far vedere il suo pigiama al don. E infine anche il papà, mano nella mano dell’altra bimba, ad avvicinare tutti al cancello con la scusa di mostrare i braccialetti fatti nel pomeriggio. In pochi minuti ci si ritrova a pochi metri di distanza, come all’oratorio, con la più piccola aggrappata al cancello quasi volesse saltarmi in braccio. Alcune battute, e tanti sorrisi con occhi lucidi. Poi il gesto di un dono “ecco alcune mascherine, ne ho prese molte, ti possono servire” e la mano ad allungarsi verso la mia con la forza di un abbraccio negato che trabocca di amicizia e voglia di stare insieme. A presto! …insieme in cucina attorno ad un piatto di pasta con le bambine piene di voglia di parlare e raccontare!

DAL CAMPANILE

ECCO LA MIA FAMIGLIA

 

Mi sono emozionato la prima volta!

 

È stato bello vedere dall’alto del campanile il mio paese distendersi come quando rimetti il tappeto sul pavimento. E poi il brulicare di vita negli appartamenti che, spesso, durante l’anno, vedevo animarsi solo alle prime luci della mattina e sul tardo pomeriggio, sul far della sera. Così in questi giorni salgo sul campanile della chiesa e prego. La mia voce amplificata, come i fiocchi di neve della prima nevicata, ad attirare sguardi curiosi alle finestre e, i più audaci, sul terrazzo. La bella sensazione di consegnare parole di speranza per piccoli e grandi e di essere amplificatore della Parola del Signore, mi ha gonfiato il petto di orgoglio e ossigeno di vita cristiana. Terminata la preghiera in pochi minuti, a guardar giù, nel vedere Francesco con la sorellina Martina e il papà con la mamma ad agitare la mano in segno di saluto, oppure il piccolo Luca affacciato alla finestra con la nonna, mi han tolto il respiro gonfiandolo di magone, un altro modo, pieno d’amore, di respirare a fatica… sistemando casse e microfoni, pensavo a quanti fili invisibili intrecciano la mia vita. Fili annodati dentro incontri di catechesi o messe celebrate ogni domenica, nodi coltivati da confidenze piene di sofferenza o racconti gioiosi di vita dei piccoli. Fili invisibili di sorgenti silenziose, quotidiane, comuni di un vivere insieme nello stesso paese, ascoltando, incontrando, parlando, sorridendo, pasteggiando insieme…storie di vita che trasformano un paesino in comunità. Già! …la mia comunità… che dall’alto del campanile mi è apparsa la famiglia più bella dove consumare la mia vita tra e amicizia e servizio. Un bel Dono di Dio a noi preti che, a volte, sembriamo persone sole senza casa…

 

BEPI E IL SUO CAGNOLINO

 

Suono il campanello dal cancello di casa. Una vocina tremante è schiacciata dall’abbaiare nervoso di un cagnolino che per primo si affaccia in cima alle scale. “Chi è?” distinguo nell’abbaiare del cane. “Sono don Alfio. Ci sono ancora!” Rispondo in un sorriso, quasi gridando, per superare la voce del cane. “Venga, venga  a bere un caffè!“…non si può Bepi, non si può…volevo solo vederti e farmi vedere. Come va?” E via un racconto di paure e ansie, di solitudine e silenzi. Anche il cagnolino ha smesso di abbaiare e, scodinzolando, ascolta il racconto della sua anziana padrona. Tremava mentre parlava dal terrazzo, raccontando della televisione che non aiuta a fare compagnia, ma solo ad aumentare la paura. Anche le campane e le sirene delle ambulanze ad agitare cuore e pensieri. La giornata sembra mai finire, tra divano e cucina. E la notte? …ore buie e lunghe dove si affollano pensieracci come pipistrelli pronti a finirti nei capelli…menomale che c’è il cagnolino! “A chi lo darò, non lo vuole nessuno”, alludendo ad una possibile morte solitaria in casa. Quasi avesse capito tutto, come fa spesso, ecco un balzo e la coda a scodinzolare, leccando la mano alla sua padrona. E poi di nuovo ad abbaiare con vivacità! “Non ci pensare! Vedi lui ti fa compagnia!”. Mi saluta con un sorriso e una richiesta “Passi ancora a trovarmi!”

 

Camminando verso l’oratorio, come in una schermata di Google Meet, si presentano i volti degli anziani che assisto durante l’anno visitandoli nelle loro case. Nemmeno la tecnologia è d’aiuto per loro. Solitudine amplificata dal silenzio delle relazioni quotidiane. Sono loro i veri Eroi che lottano questa guerra con la forza della Vita! La disfatta non è la morte, ma il desiderio di morire…

 

Ho trascorso il resto della giornata a chiamare e parlare con persone anziane che hanno bisogno di ossigeno, l’ossigeno di parole d'affetto e di cura. Parole di Vita, che tengono in vita.

 

FINALMENTE ALL'ARIA APERTA!

 

“Puoi uscire ma non stare troppo all’aria, hai i polmoni ancora deboli…” gli ha detto l’infermiera dopo la visita del primo mattino. La giornata era piena di sole e gli uccellini cinguettavano allegri nel giardino che dalla finestra spazia l’orizzonte. Pochi minuti, il tempo di mettersi la tuta e le scarpe e finalmente all’aperto! Me lo sono immaginato così il mio amico don Angelo che, dopo 17 giorni di ospedale, un terzo dei quali in terapia intensiva semicosciente, ieri quando, nel gruppo dei preti ci ha postato alcune foto di margherite e piante. Per la verità, foto di qualità scarsa…le radici di un tronco d’albero…un prato puntinato da margherite…la facciata della struttura che lo ospita…non certo foto da copertina, ma piene di vita e verità! La vita di chi, rinchiuso per giorni in un casco, misurava ogni respiro come la conquiste di una vetta. La vita di chi vedeva per giorni e notti persone senza volto, mascherate come astronauti a passeggio su un pianeta alieno con la sensazione di essere un extraterreste, uno di un altro pianeta. La vita di chi da giorni non vedeva il sole, ma tende azzurre e flebo biancastre. E poi la Verità. La verità che è bello camminare in un prato fiorito e raccontarlo agli amici. La Verità che la vita è un dono meraviglio da raccontare a tutti, tutti i giorni!

 

Ben tornato alla Vita don Angelo!

 

ANCHE IL PAPA COME ME

 

Pioveva anche.

 

Ieri quando il Papa è uscito nella Piazza di San Pietro completamente vuota, pioveva pure. Era già struggente l’immagine di papa Francesco che, camminando a fatica, e ansimando le prime frasi, si affacciava ad una piazza totalmente disabitata, che la pioggia sembrava una strategia cinematografica per strappare malinconia. Stonavano perfino i canti solenni in latino, che hanno sempre incorniciato liturgie oceaniche, dentro quella piazza dove le telecamere non sapevano cosa riprendere in un chiaro imbarazzo di regia. La benedizione solenne con il Papa in affanno a reggere l’ostensorio, evidenziata da campane suonate a festa, ridimensionata da un cielo improvvisamente plumbeo e dalle sirene di un’ambulanza beffarde che sembravano persino più forti delle centenarie campane della Basilica. Ultimo colpo thrilling di un nemico nella penombra deciso a ridurre l’evento alla tristezza. Eppure quel prete solo, davanti al suo sagrato vuoto, con in mano il Santissimo Sacramento a benedire la sua gente affacciata alle finestre mi ha regalato una gioia intima e profonda. In una frazione di secondo ho risentito le parole di don Gabriele, parroco di Castiglione D’Adda nel Lodigiano, che domenica 28 febbraio annunciava alla sua comunità la benedizione eucaristica dal sagrato in quella prima (così lontana!) domenica senza comunità alla messa. Gesto che anch’io e, penso molti altri preti, ho già ripetuto tre volte nelle domeniche del divieto. In una frazione di secondo davanti a me il sorriso leggero di nonna Pina che, 18 anni fa davanti all’eucarestia che le porgevo come viatico alla sua malattia terminale, mi sussurrava come fosse un segreto di stato “…sai che anche io ho la stessa malattia del Papa… papa Giovanni Paolo II ?”. Spegnendo la Tv gorgheggiavano in me alcune parole come fiotti di acqua da una sorgente nascosta “…anch’io ho la chiesa vuota come Papa Francesco”. In questi giorni di tanti interrogativi sul senso del fare ed essere prete nell’astinenza forzata e di comunità rapita, ieri mi sembrava di essere meno solo, meno strano…meno inutile…anch’io come il Papa…anche il Papa come me…

 

ANDRA’ TUTTO BENE

 

Ieri mi sono concesso un rosario fuori dalle mura di casa. Stanco di recitare il rosario davanti alla tv o camminando nel cortile dell’oratorio, ho sfidato le regole e mi sono incamminato verso via Sant’Alessandro per rientrare a casa da Perola. Mentre sgranavo la corona recitando l’Ave (rosario: preghiera che mi quieta sempre il cuore e ridimensiona emozioni e pensieri), mi divertivo a vedere le finestre degli appartamenti con le luci accese e ad immaginare le famiglie al loro interno. Spesso, ai terrazzi, vedevo appeso un drappo con l’arcobaleno e la scritta Andrà tutto bene. Pensavo subito che in quella casa abitassero dei bambini. Quei colori erano la loro firma. Le case con l’arcobaleno sembravano più colorate, mi davano la sensazioni di una vitalità diversa dalle altre. Mettici pure l’impressione di terrazzini in disordine, così il pensiero di una gioiosa vitalità infantile, diventava sorriso sul mio viso. Chissà quanti giochi con le carte o i pennarelli. Chissà quanti compromessi per il telecomando e i cartoni animati. Chissà quali ricette a disordinare la cucina. Chissà quanti liti finite con gesti di pace e riconciliazione. Pensieri pieni di vita, che rendono le giornate appesantite dalla gioia e dalla fatica di vivere. Sorridevo al pensiero di bambini in pigiama a forma di orsacchiotto, chiedere ancora mezz’ora prima di spegnere la luce. Sorridevo e pensavo, tra un’Ave e l’altra, alla mia vita quotidiana senza carte da gioco né pennarelli, biscotti o cartoni animati. Tanti messaggi per richieste di preghiera a nonni o parenti, e campane da suonare per l’ennesima foglia caduta dal ramo…

 

Almeno loro, i genitori, altri pensieri da rincorrere ogni giorno, pensieri vivi che generano Vita, germogli di vitalità, fiorita nella vivacità di figli da accudire ogni giorno, per ancora tanti giorni da vivere insieme nella stessa casa.

 

Con la Salve Regina, eccomi davanti all’oratorio. Sorrido!

 

Qualcuno, sul cancello, ha appeso un grande striscione con l’arcobaleno e l’augurio Andrà tutto bene!

 

MAURA

Questa mattina, dopo la messa, ho allungato la strada del ritorno a casa per passare dalla signora che mi aiuta nel lavare i miei panni. Un mese fa passava lei da me, ora mi reco io al suo cancello di casa. Due parole, un sorriso e un grazie. Prendo la borsa e sento lei dalla finestra che mi sussurra qualcosa “passi da Maura…ho saputo non sta tanto bene…”. Due cancelli più in là, al suono del campanello mi apre la porta il figlio di Maura e mi fa entrare nella sua camera da letto, è lì sdraiata. “C’è qui il parroco a trovarti” annuncia. Gli occhi socchiusi seguono il suono della mia voce e le labbra rispondono ad intermittenza alle mie preghiere. Mi commuove il suo braccio che da sotto le coperte è come appoggiato al suo corpo. La mano bianca e liscia, e le dita ben curate si perdono nella manica di un pigiama bianco con del pizzo ad orlo. Sembra la mano di una persona giovane. Quanti pasti avrà preparato con quelle mani… Quante carezze con quelle dita… saluto con una benedizione e mi avvio alla porta. Sul divano nel salotto vedo Espedito, il marito di Maura, che da tempo fatica e riconoscere le persone e da mesi parla sempre di meno. Mi fermo e in uno sguardo recito un’Ave a Maria. Esco di casa, raccolgo la mia borsa e provo una sensazione di Vita: in quella casa, in pochi minuti, ho visto vissuto una vita intera! Il secolo passato, orgoglioso e pieno di lavoro e servizio; il presente pieno di cura e affetto; il futuro traboccante di eternità gioiosa. Mi incammino verso casa recitando con un sorriso leggero il rosario…

ANITA E I COLOMBI

 

Dalle fessure della tapparella scruta guardando in alto e poi in basso due colombi che, da carnevale, hanno preso ad abitare la trave del tetto del terrazzo di casa. “Sono giorni che cercano di costruirsi un nido, ma sembrano un po’ imbranati!” mi dice Anita, la sagrista della chiesina dove ogni mattina celebro la messa con lei e Alessandro, unici fedeli. Mi fermo da lei per un caffè e due parole, e ogni mattina mi racconta dei colombi sul terrazzo. “Non apro più la finestra per non spaventarli e farli scappare. Mi tengono compagnia e mi piace guardarli… sono qui da quando non si può più uscire di casa”. Mi piace la tenerezza con cui questa nonnina di più di ottant’anni, si prende cura con lo sguardo di questi colombi. E il piacere che prova nel raccontare di rametti troppo grandi o uova trovate sul balcone cadute dalla trave, mi accorgo che sono una presenza che riempie le ore e la testa di pensieri belli e accende leggeri sorrisi in giornate di parole cupe e tanta solitudine. Penso ai colombi e mi vengono in mente Tina e Gino, sua sorella e suo cognato, morti una dopo l’altro, in pochi giorni, un paio di mesi fa. Voglio pensare che i colombi sono loro due, venuti a far compagnia ad Anita, accendendo pensieri belli e sorrisi leggeri, in questo clima di sofferenza e solitudine. Angeli in comunione con noi, figli di Dio.